LA
CIVILTA’ NURAGICA
La
civiltà nuragica,
che ha inizio nella
metà del secondo
millennio a. C., si
può dividere
in tre periodi: antico
(1800-900, medio (900-500
e recente 500-200).
Nel Nuragico Antico
si sviluppò
la cultura di Bonnannaro,
pastorale e guerriera,
che si affermò
particolarmente nel
Nuragico Medio e si
diffuse in tutta la
Sardegna, soppiantando
la precedente cultura
di Ozieri, agricola
e pacifica. E’
probabilmente alle
popolazioni di cultura
Bonnannaro che si
deve la costruzione
dei primi nuraghi
e, per le sepolture,
delle tombe dei giganti.
Il periodo di massima
espansione della civiltà
nuragica si ebbe tra
il 900 e il 500 a.
C., si intensificarono
gli scambi commerciali
via mare, si sviluppò
l’industria
della lavorazione
dei metalli, si diede
nuovo impulso alla
costruzione di villaggi
e di luoghi di culto,
si evolvete l’organizzazione
politico-militare.
La società
di tipo patriarcale,
era composta dalle
tribù, a loro
volta costituite da
clan familiari, governati
dal patriarca, una
sorta di re-pastore
in cui probabilmente
si assommavano il
potere politico, militare
e religioso. Di grande
prestigio doveva godere
la classe dei sacerdoti
e delle sacerdotesse,
così come quella
aristocratica dei
pastori-guerrieri.
La restante popolazione
era costituita da
servi-pastori, agricoltori,
artigiani e, presumibilmente,
da schiavi. Una rappresentazione
di questi personaggi
ci viene offerta dal
quasi mezzo migliaglio
di bronzetti, piccole
sculture in bronzo
rinvenute prevalentemente
nei luoghi di culto,
da cui è possibile
ricostruire uno spaccato
di vita nuragica.
Il centro della vita
della comunità
era il villaggio,
costruito di solito
nei pressi dei nuraghi
fortificati. Finora
ne sono stati scoperti
circa cento, tra i
quali ricordiamo il
villaggio di Su Nuraxi
di Barumini, di Serra
Orrios presso Dorgali,
di Gemma Maria presso
Villanovaforru, di
Serraci presso Gonnesa.
Il villaggio era costituito
da capanne rotondeggianti,
raccolte in gruppi
attorno a uno spazio
scoperto, abitate
oltre che per abitazione
anche da officine
artigianali. Una delle
costruzioni più
importanti del villaggio
nuragico
era la sala del Consiglio
Federale in cui conversavano
i rappresentanti più
autorevoli della confederazione
delle tribù,
che discutevano dei
problemi di maggiore
importanza rispetto
a quelli riguardanti
il singolo villaggio.
Le sale del Consiglio
erano costruzioni
circolari delimitate
da un muro megalitico
alto alcuni metri
con porta ad architrave;
nella porta interna,
lungo il muro, era
disposto un sedile
di pietra su cui prendevano
posto i rappresentanti
dell’assemblea:
su tutti dominava
il re-pastore. All’interno
della sala era collocato
il “sacro betile”,
grande pietra di forma
conica o tronco-conica
accuratamente lavorata,
sotto il quale si
trovavano una vaschetta
per le offerte e una
vaschetta sacrificale.
Ciascun clan familiare
e ciascuna confederazione
veneravano il proprio
dio, un antenato eroe
divinizzato la cui
tomba diveniva luogo
di culto. Esistevano
però dei santuari
collettivi a cui affluivano
tribù di diverse
zone dell’Isola
per celebrare i riti
religiosi che comprendevano
anche giochi, gare,
balli e canti: per
esempio il santuario
federale di Santa
Vittoria, a chilometri
circa dall’abitato
di Serri (Nuoro);
esteso su un’area
di circa ettari, il
santuario era composto
dai templi, da una
grande costruzione
isolata per le assemblee
federali, dalle capanne
destinate ai sacerdoti
e ai guardiani. Di
particolare interesse
è, ancora,
il recinto delle feste
intorno al quale sono
riconoscibili le capanne
dei capi, gli alloggi
per i pellegrini e
gli spazi destinati
ai mercanti, mentre
lo spiazzo centrale
era riservato alla
festa. Il tempio più
importante del santuario
di Santa Vittoria
è il “POZZO
SACRO” in cui
si celebrava il culto
dell’acqua:
la costruzione si
apre con un vestibolo
rettangolare con ai
lati dei massi utilizzati
probabilmente per
deporvi le offerte;
procedendo si trova
una scala che conduce
al pozzo, le cui pareti
interne sono costruite
con grandi pietre
perfettamente squadrate.
Finora sono stati
ritrovati più
di 30 pozzi sacri
distribuiti in tutta
l’Isola; il
loro alto numero indica
l’importanza
del culto delle acque
tra i nuragici. Per
quanto riguarda il
culto dei morti, il
periodo nuragico vede
l’affermazione
del megalitismo con
le “TOMBE DEI
GIGANTI”. Edificata
a forma di testa taurina
(simbolo sacro della
divinità che
insieme alla Dea Madre
proteggeva i morti)
la tomba dei giganti
rappresentò
la forma prevalente
dell’architettura
funeraria nuragica.
La civiltà
dei popoli che in
Sardegna vissero e
costruirono i nuraghi
durò quasi
duemila anni. In un
arco di tempo tanto
lungo, numerosi furono
i cambiamenti negli
usi, nel modo di costruire
gli stessi nuraghi,
nella religione, persino
nei tipi umani. Gli
storici romani ricordano
i nomi dei vari popoli:
Thiesi, Balori, Galluresi
e molti ancora. Le
antiche popolazioni
che occuparono la
Sardegna, provenienti
da diverse zone del
Mediterraneo, avevano
conservato alcune
delle caratteristiche
originarie; poi una
lunghissima convivenza
nella stessa terra
li aveva accomunati
per altre abitudini,
forse la lingua e,
appunto l’uso
di costruire in nuraghi.
Non è facile
ricostruire i costumi
di vita di queste
genti: esse non hanno
lasciato degli scritti,
per cui ci si deve
basare praticamente
quasi soltanto sui
reperti archeologici.
Dei quasi 7000 nuraghi
contati, pochissimi
sono stati quelli
seriamente studiati,
anche perché,
in molto casi, l’opera
distruttrice dei tombaroli
ha impedito ogni indagine
approfondita. Per
esempio, mentre abbiamo
testimonianze precedenti
e successive, del
periodo nuragico più
antico (1800-1200
a. C.) non è
stato ritrovato nemmeno
uno scheletro completo
maschile (si conoscono
invece quelli di alcune
donne: alte un metro
e cinquanta, con la
testa di forma allungata
e le gambe piuttosto
corte).
I
NURAGHI
I nuraghi, grandiose
costruzioni di forma
tronco conica, ancora
oggi rappresentano
il simbolo della Sardegna
e danno un’importanza
particolare al paesaggio
sardo.
Furono costruiti a
partire dal 1800 a.
C. dalle popolazioni
indigene, e hanno
caratterizzato per
circa un millennio
la storia sarda.
Ebbero fasi costruttive
differenziate che
testimoniano l’evoluzione
della civiltà
sarda fino al VI secolo
a. C..
I nuraghi sono torri
elevate con massi
spesso enormi sovrapposti
a secco e tenuti insieme
dal loro stesso peso.
L’ingresso è
costituito da un’apertura,
generalmente fatta
da architrave, non
molto alta e rivolta
sempre a est o a sud
(al riparo quindi
dal vento freddo di
maestrale). Subito
dopo si trova un corridoio,
più alto e
più largo della
porta, che conduce
ad una stanza interna
circolare fornita
solitamente da nicchie.
Le pareti di questa
stanza si Restringono
gradatamente dal basso
verso l’alto
fino a formare, nella
sommità, una
specie di cupola chiusa
con pietra piatta.
Molto spesso appena
si entra nel corridoio
si trova a sinistra
un’apertura
dove inizia una scala,
ricavata nel muro
perimetrale del nuraghe
e dall’altra
parte, quasi dirimpetto,
si apre un altro piccolo
vano.
L’arte di costruire
questi monumenti subì
notevoli mutamenti
nel corso dei secoli:
della fine dell’età
del bronzo (1200 –
900 a. C.) sono, per
esempio, “i
nuraghi polilobati”,
costruiti da più
torri collegate tra
loro.
I costruttori riuscirono
a portare ad altezze
talora notevoli gli
enormi massi delle
torri servendosi probabilmente
del sistema del piano
inclinato: l’edificio,
man mano che si innalzava,
veniva accompagnato
da una collinetta
artificiale di terra
fino al livello già
raggiunto, sulla quale
i massi venivano fatti
scorrere su rulli
fatti di tronchi,
tirandoli a braccia
e per mezzo di animali.
Ultimato il lavoro,
la terra della collinetta
veniva rimossa.
Sulla funzione dei
nuraghi si dissente
ancora e certo la
loro conoscenza resa
difficoltosa dal fatto
che dei circa 7000
monumenti esistenti
nell’isola solo
una dozzina sono stati
esplorati e che il
tempio e l’intervento
dell’uomo abbiano
causato danni irreparabili:
quindi non si può
dare una risposta
definitiva a tutti
gli interrogativi
che li riguardano.
L’ipotesi più
diffusa è che
fossero destinati
alla vigilanza e alla
difesa, soprattutto
quelli più
complessi, che per
la loro struttura
e la posizione che
occupano confermerebbero
l’uso dei nuraghi
come fortezze. In
queste case fortificate
abitavano i capi tribù
con la loro famiglia
e la loro guarnigione:
qualcosa di simile
ai castelli medievali.
Non è scuso
che qualche nuraghe
fra i più piccoli
fosse semplicemente
un’abitazione
di pastori e che qualcuno
più complesso
sia stato usato per
una destinazione diversa.
Un’altra ipotesi
invece sostiene che
i nuraghi fossero
inabitabili per mancanza
d’aria e di
luce oltre che per
il freddo e l’umidità
e che erano incapaci
ad assolvere le funzioni
militari proprie dei
castelli per gli spazi
ridotti al loro interno;
da ciò dovrebbe
conseguire che avessero
esclusivamente destinazione
religiosa e funeraria:
i nuraghi semplici
erano usati come templi
da singolo gruppi
familiari, quelli
polilobati come santuari
collettivi di più
tribù nuragiche.
Tribù è
il nome che disegna
le costruzioni: il
termine “NURAGHE”
si ricollega alla
parola pre-latina
“nurra”
ancora conservata
nella lingua sarda
e che significa “cavità”
o “ammasso”,
cioè “torre”.
Sull’origine
dei nuraghi sono state
avanzate svariate
ipotesi. Secondo alcuni
si è sviluppato
dalla capanna circolare
indigena; secondo
altri il sistema di
costruzione a cupola
è arrivata
dall’Africa
o dalla Mesopotamia
o dall’area
della civiltà
egeo-cretese. La civiltà
nuragica, che ha inizio
nella metà
del secondo millennio
a. C., si può
dividere in tre periodi:
ANTICO (1500 –
500 a. C.), MEDIO
(900 – 500 a.
C.) e RECENTE (500
– 200 a. C.).
Nel nuragico medio
l’edificazione
dei nuraghi inizia
la sua fase discendente:
l’occupazione
aragonese di buona
parte della Sardegna,
tra la fine del VI
secolo a. C. e gli
inizi del V secolo
a. C., determinerà
il lento spegnersi
della civiltà
nuragica.
I BRONZETTI
Un aiuto fondamentale
alla ricostruzione
della vita di quelle
genti ci viene dai
“bronzetti”,
che testimoniano molti
aspetti della vita
quotidiana. Sono,
come dice il nome
in bronzo, alta da
un minimo di 8 ad
un massimo di 40 cm..
La loro funzione originaria
era quella di ex-voto
ed infatti la maggior
parte è stata
ritrovata presso i
templi. Alle cui divinità
venivano offerti come
richiesta d’aiuto
o ringraziamento.
Se ne conoscono circa
500, risalenti agli
ultimi secoli della
civiltà nuragica,
dal IX al VI secolo
a. C.. Sono stati
trovati un po’
dovunque in tutta
la Sardegna, nei nuraghi,
in case di abitazione,
nei depositi delle
officine e, particolarmente,
nei luoghi sacri.
In questa fase l’allevamento
del bestiame è
il più diffuso,
così come la
coltivazione del grano.
Si conciano le pelli
e si è capaci
di lavorare i metalli
dall’estrazione
sino alla fusione
di armi, oggetti d’uso
e piccole figure in
bronzo che rappresentano
animali, ma soprattutto
esseri umani maschile
e femminili (guerrieri,
pastori, sacerdoti).
Alcune di queste rappresentano
imbarcazioni, che
testimoniano come
fosse diffuso viaggiare
e commerciare (soprattutto
col mondo extra-insulare:
e, mentre fra gli
abitanti dell’interno
il commercio aveva
forse ancora forma
di baratto, con l’esterno
il mezzo di scambio
era costituito anche
da pani e asce di
rame e di bronzo).
Nei bronzetti i maestri
isolani, sia che avessero
sede stabile nei capoluoghi
delle tribù
sia che fossero artigiani
vaganti, raggiunsero
compiuta forma artistica,
in quanto riuscivano
a manifestare in modo
primitivo si, ma vigoroso,
un loro ideale estetico.
A queste statuette
infatti, che fino
a poco tempo fa aveva
valore solo come documento
archeologico, oggi
dalla critica è
stato riconosciuto
il valore di opere
d’arte, in cui
vibra l’anima
del popolo che le
ha plasmate. La loro
forma bada all’essenziale,
e lo stile è
geometrico, semplice,
senza ornamenti, fondandosi
sulla maestria dignità
dell’atteggiamento,
sulla solennità
del gesto, da cui
traspare la nobile
fierezza del capo
tribù, la religiosità
dell’offerente
o il profondo dolore
di una madre. In alcune
statuette c’è
una ricerca minuziosa
dell’ornatore
del disegno, una cura
attenta del particolare,
Questo per quanto
riguarda i bronzetti
di contenuto aristocratico
guerriero. In altri
bronzetti il gesto
si fa più sciolto,
l’atteggiamento
più realistico
e popolaresco; la
linea non è
geometrica, e l’artista
descrive la vita degli
umili, cogliendola
nel momento essenziale,
sia dell’offerta
della focaccia da
parte di un devoto,
sia della preghiera
della portatrice di
canestro, con l’espressione
tesa del volto e la
bocca spalancata nel
colloquio con la divinità.
LE
TOMBE DEI GIGANTI
Per seppellire i loro
morti i Sardi prima
avevano avuto le domus
de janas e i dolmen,
poi si servivano delle
tombe dei giganti, monumenti
sepolcri collettivi
in cui venivano deposti
i morti di tutto il
villaggio, forse dopo
essere stati ridotti
allo stato di scheletro.
Se ne conoscono circa
300. La cassa mortuaria
vera e propria, a sezione
rettangolare, trapezoidale,
ogivale, poligonale,
ecc., più o meno
lunga (da qualche metro
a circa venti) veniva
costruita con lastroni
infissi a coltello e
ricoperti da altri posti
di piatto oppure era
formato con filari di
pietre o poligonali
o ben sagomate e, negli
ultimi tempi, tagliata
obliquamente nella parte
interna da consentire
il restringimento continuo
ed armonico verso l’alto.
Questa cassa era contenuta
ai lati da due muri
paralleli che si incontravano
nella parte posteriore
formando un’abside
tondeggiante, mentre
nella parte anteriore
andava a finire, tavolta
continuando gli stessi
muri e tavolta congiungendosi
ad un corpo distinto,
in un esedra, cioè
un ampio emiciclo. Nel
punto di innesto tra
la cassa e l’esedra
si elevava quasi sempre
una stele, segnata spesso
da una lunetta semicircolare.
Alla base della stele
si apriva un portello
che metteva in comunicazione
l’esedra con la
cassa mortuaria, collegando
cos’ il mondo
dei vivi con quello
dei morti. La pianta
della tomba dei giganti
rappresentava, schematicamente,
la sacra protome bovina,
oltre che per onorare
la memoria degli avi,
i nuragici si recavano
nelle tombe anche per
la cerimonia della incubazione:
qui il credente pregava
e dormiva per parecchi
giorni perché
durante il sonno i morti
avrebbero dato consigli
e cura. Dalle tombe
dei giganti, nell’evoluzione
dei nuragici attraverso
i secoli, si passo poi
alle sepolture singole
(le tombe dei giganti
contenevano circa 200
corpi). |