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La Storia della Sardegna

Paleolitico; Mesolitico; Neolitico. (200.000 - 2700 a.C. )

LA CIVILTA' PRENURAGICA

La presenza dell’uomo il Sardegna è sicuramente documentata per l’età del Neolitico antico (6000-3700 a.C.) anche se recenti ritrovamenti di manufatti sembra possano essere attribuiti al Paleolitico. L’uomo del neolitico è ancora “l’uomo delle caverne”, usava le grotte come abitazione e per le sepolture, viveva soprattutto di caccia, pesca e pastorizia e conosceva l’arte di forgiare gli utensili in terracotta decorata con impressioni fatte sull’impasto crudo. Testimonianze dell’uomo del Neolitico antico sono state ritrovate nella grotta di Santo Stefano (arcipelago della Maddalena), nella Grotta Verde ad Alghero, nel riparo di Su Carroppu di Carbonia.
Fu probabilmente per la presenza di ricchi giacimenti di ossidiana che si intensificò l’afflusso di nuove genti in Sardegna e lentamente cambiarono le condizioni di vita dei primi Sardi. Si fecero più frequenti i rapporti commerciali con le popolazioni del Mediterraneo occidentale e del mondo orientale. In seguito alla scoperta dei metalli, di cui la Sardegna era particolarmente ricca, un numero sempre maggiore di colonizzatori approdava nell’Isola portandovi la propria cultura, la propria religione e nuove tecniche nel campo dell’agricoltura. Gli studiosi suddividono questo lungo periodo in diverse fasi culturali che, in genere, prendono il nome dal luogo in cui maggiori sono stati i ritrovamenti. Esse sono: la cultura di Bonuighinu,, che si sviluppò nel Neolitico medio (3730-3300 a.C.) e prende il nome dalla località presso Mara in cui sono stati ritrovati i primi insediamenti; altre testimonianze di questa cultura ci vengono dalle grotte di abitazione e sepoltura di Muros, Thiesi, Oliena, Belvì , Cagliari, e da villaggi all’aperto (p.es. Cabras). Si trattava di piccole comunità che vivevano dalla coltivazione del grano, orzo e legumi, si cibavano di molluschi terrestri e marini; producevano oggetti di ossidiana e di osso, ma ignoravano il metallo. La ceramica e meno grossolana di quella del periodo precedente, lucida, spesso nera, con decorazioni a piccole tacche impresse a tavoletta ornata da figure stilizzate. Espressione religiosa e artistica di questa cultura è la venere, una piccola statua ritrovata nella grotta s’Adde di Macomer. La cultura di Arzachena si sviluppò in Gallura e fu caratterizzata dai circoli megalitici, quasi tutti nei pressi di Arzachena; di trattava di monumenti funerari formati da grosse pietre conficcate nel suolo e disposte in circolo. Gli uomini abitavano in ripari sotto roccia, raggruppati in modo da formare dei villaggi, e vivevano di caccia e di pastorizia. Questa cultura non si diffuse mai oltre la Gallura; continuò per tutta l’età del bronzo fino all’età del ferro. La cultura si San Michele o di Ozieri, a differenza della precedente, si propagò in tutta l’isola; dagli ultimi secoli del IV millennio a.C., fu presente per tutto il III millennio a.C.. Gli uomini di questa cultura abitavano, per esempio, nelle grotte del Carmelo e di san Michele di Ozieri, San Bartolomeo a Cagliari, Monte Majore a Thiesi; i villaggi di san’Elia a Cagliari e di monte Accoddi presso Sassari. Iniziavano però a diffondersi l’uso di capanne costruite in pietra a in frasche. Doveva trattarsi di comunità pacifiche visto che intorno ai villaggi mancano strutture fortificate e che tra i ritrovamenti archeologici il numero delle armi è assai scarso. Vivevano di coltivazione di cereali, pesca e allevamento di bestiame e vestivano con abiti in lana o pelli concialte. Tipiche della cultura di San Michele sono le sepolture collettive nelle domus de janas e, più tardi, i dolmen; la ceramica è abitualmente lavorata. La cultura di Abealzu - Filigosa si riferisce a due distinte località: Abealzu (villaggio e domus de janas, presso Osilo) e filigosa (domus de janas, in territorio di Macomer); entrambe le culture risalgono al 2480 – 1855 a.C.. Si hanno mutamenti significativi, come per esempio la realizzazione di sistemi difensivi. La cultura di Monte Claro fu presente nel colle di Cagliari, nelle grotte di Filiestru e Su Tintirriolu a Mara, da Arzachena, Oliena, nel Sulcis ecc.. oltre che nelle grotte gli uomini abitavano anche in villaggi, concentrati soprattutto nelle terre fertili e pianeggianti del Campidano. Seppellivano i loro morti nelle caverne, sempre più raramente nelle domus de janas, scavavano fosse mortuarie nel terreno nei pressi del villaggio. Oltre la pietra, utilizzavano anche il metallo, seppure in quantità ridotta. Questa cultura si sviluppò nel 2480 – 1855 a.C. , ma se ne ritrovano testimonianze ancora nel periodo successivo, detto del bronzo antico. Domus de janas - Suni (NU) Domus de janas - Pimmentel (CA) - Domus de janas - Bonorva (SS) - Domus de janas - Goni (CA) - Domus de janas - Goni (CA) - Dolmen - Goni (CA)

LE DOMUS DE JANAS

La civiltà prenuragica espresse soprattutto due forme di sepoltura: quella sotterranea delle domus de janas e quella megalitica dei dolmen. Diffuse in tutta la Sardegna, le domus de janas sono grotte scavate nella roccia e utilizzate come sepoltura. Il loro uso si fa risalire al Neolitico recente fino all’età del rame, in un arco di tempo che va dagli ultimi secoli del IV millennio fino agli inizi del II millennio. Le domus de janas erano costruite da una o, più frequentemente, da più stanzette circolari o quadrangolari, comunicanti fra loro o collegate con una cella centrale, a cui accedeva per mezzo di un atrio o di un corridoio. In quelle più antiche (come quelle della necropoli di Anghelu Ruiu presso Alghero) l’accesso era dato da un pozzetto verticale. Spesso le stanze erano fornite di vaschette per le offerte, di nicchie, di cassoni ricavati dalla pietra, di fosse per riporvi i defunti.
I muri venivano ottenuti lasciando un diaframma di roccia tra una stanza e l’altra, e le porte piccole e rettangolari, avevano una soglia formante un alto gradino. Nelle nicchie probabilmente venivano riposti oggetti del defunto: sono stati ritrovati in molte di loro corredi funerari in pietra, rame e argento. Del migliaglio di tombe collettive di questo genere, scoperte in tutta la Sardegna, ricordiamo quelle della vasta necropoli di Anghelu Ruiu presso Alghero, di Busacchi, Barisardo e Bonorva, Alcune di esse copiano la capanna circolare o rettangolare prenuragica nei suoi particolari: porte, finestrelle, armadietti a muro, pilastri che raggiungono le travi del soffitto, copertura in frasche o lignea, non di rado il focolare al centro del pavimento e persino tavoli e sgabelli. In questo modo l’uomo del Neolitico intendeva probabilmente creare una comunità tra la casa e la sepoltura. Funzione religiosa, più che ornamentale, dovevano avere figurazioni di teste taurine, i disegni spiraliformi e l’uso dell’ocra rossa (dal colore del sangue, rigeneratrice di vita), che si possono vedere, per esempio, nelle domus di Mandra Antine, presso thiesi, di Corongiu, presso Pimmentel, di Anghelu Ruiu e Monte d’Accoddi e in altre, e le figure umane, capovolte, schematiche e filiformi, segnate nelle domus di Museddu presso Cheremule, e di Sas Concas, presso Oniferi, che farebbero pensare al mondo dei defunti concepito come un mondo alla rovescia.
Alla fine dell’età del rame, nella parte centro-settentrionale della Sardegna, si cominciarono a seppellire i morti anche nei dolmen, formati da massi conficcati nel suolo e coperti da un lastrone, in modo da lasciare al centro uno spazio vuoto, con l’apertura di solito rivolta verso il sole (est o sud).
La sepoltura ipogeica (sotto terra) delle domus de janas è quella megalitica (delle grandi pietre) all’aperto, solare, indicano due diverse concezioni della morte e dei valori religiosi. La sepoltura sotterranea o scavata nella roccia, di matrice orientale e comune a molte antiche culture agricole, è la forma che si diffuse maggiormente nell’isola nel periodo prenuragico: sta a significare un profondo legame con la terra intesa come forza naturale dispensatrice di vita. I monumenti dolmenici, tipici delle culture pastorali del mediterraneo occidentale, ebbero in questo periodo un’importanza e un diffusione decisamente minore: rispetto a circa 2500 tombe sotto roccia è stato trovato in centinaio di sepolcri megalitici. Il culto dei defunti era strettamente collegato con la religione: le domus de janas oltre che sepolture erano come il seme gettato sotto terra, o rivivere dopo la morte, venivano preparate con cura dimore particolari in cui si mettono armi, suppellettili e barche per il viaggio dell’andata e del ritorno in vita.

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